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Rassegna Stampa

Ministro Foti: "Board e Artico, basta isterismi. Se si rompe con gli Usa è la fine"

(intervista della Stampa al Ministro Tommaso Foti)

Ministro Tommaso Foti, dopo le ultime uscite di Donald Trump - dall'Afghanistan alla Groenlandia - Washington resta un alleato affidabile per l'Italia e per l'Europa? 
«Bisogna preferire il realismo all'isterismo. Reagire di pancia non è corretto: mai come oggi serve essere riflessivi e lavorare - come fa Giorgia Meloni - per trovare una comunanza di linguaggi e obiettivi, pur nelle difficoltà fisiologiche tra alleati. La continua azione e reazione non giova a nessuno, né all'Europa né agli Stati Uniti. Se l'Occidente si divide ne perdono anche quest'ultimi: il Mediterraneo, una sponda dell'Atlantico, Suez, dal punto di vista strategico. E, in termini meno politici, una parte delle loro radici e di quell'afflato che non è solo interesse o convenienza, ma anche valori. Il problema sarebbe per entrambi, perché diverrebbe impossibile resistere alla progressiva ascesa del duo russo-cinese. In una rottura dell'Occidente, difficilmente gli Stati Uniti potrebbero mantenere un ruolo egemonico. L'importante, ripeto, è evitare dinamiche a catena che sarebbero l'inizio della fine dell'Occidente». 

Trump non sembra molto intenzionato a farlo: ha appena minimizzato il contributo degli alleati in Afghanistan, scatenando l'ira di molti partner e una risposta dura anche da parte di Meloni... 
«È stata chiarissima Giorgia Meloni, così come il ministro della Difesa Guido Crosetto, quelle parole di Trump sono inaccettabili». 

In contemporanea gli Stati Uniti chiedono all'Italia un maggiore impegno in Medio Oriente. Il contingente di carabinieri a Gerico può crescere? 
«È un'attività che sappiamo fare bene e che in parte già svolgiamo. Abbiamo esperienza e capacità riconosciute, oltre a essere rispettati da tutti gli attori in campo. Già contribuiamo alla formazione delle forze palestinesi: il nostro sarà sempre l'approccio di un governo responsabile». 

Sull'adesione al Board of Peace voluto da Trump, la premier ha preso tempo ma ha garantito il nostro interesse. Restano però dubbi su natura e obiettivi... 
«Intanto va valutata l'idea, poi vedremo lo statuto. Spaccare subito il capello in quattro non aiuta. La mancata adesione non è una chiusura verso un organismo che, in astratto, presenta aspetti interessanti. I dubbi riguardano l'attuazione. Il governo conosce bene la Costituzione e l'articolo 11: per come è stato presentato finora, con gli Stati Uniti in una posizione di primus inter pares, non è compatibile. Ma restiamo aperti, per il ruolo che l'Italia può giocare nel processo di pace e perché non sarebbe saggio autoescludersi. In molti Paesi europei va verificata la compatibilità costituzionale: questo potrebbe portare a un ruolo europeo di osservatore non neutrale. La struttura va di certo rivista, ma è sbagliato bocciare l'idea solo perché nasce da Trump». 

La strategia di difesa nazionale americana definisce l'Europa "importante ma sempre meno potente". Eppure, sulla Groenlandia e sui dazi Trump ha dovuto fare un passo indietro. Lei è il titolare degli Affari europei, non è che a volte per gestire l'imprevedibilità del tycoon è necessario alzare la voce? 
«Saper mediare e intervenire senza dover andare sul piano di chi urla di più è sempre un vantaggio. Poi non è che la crisi dell'Europa se la siano inventata gli Stati Uniti. La loro non è un'affermazione apodittica o denigratoria. Basterebbe leggere il rapporto Draghi: si dice testualmente che abbiamo perso competitività negli ultimi vent'anni proprio nei settori emergenti. Idem, per certi versi, il rapporto Letta sul mercato unico. Non a caso entrambi saranno auditi il prossimo 12 febbraio a livello di Consiglio europeo. Ridurre il gap che ci separa da altri concorrenti globali non è più rinviabile. Italia e Germania lo diranno in un non paper comune che si fonda proprio sulle priorità da centrare: rafforzamento del mercato unico, taglio della burocrazia, rilancio del settore automobilistico, regole commerciali ambiziose basate su norme uguali per tutti». 

L'asse stretto con Friedrich Merz è anche un modo per riequilibrare il peso di Emmanuel Macron? 
«Non entro nei soliti giochetti: abbiamo un'agenda comune su certi temi e l'obiettivo condiviso di far crescere l'Europa, non di aspettare che diventi un giardinetto per anziani o un deserto per i giovani.  Rinsaldare i rapporti con la Germania, dal piano d'azione del 2023 all'amplissimo protocollo sottoscritto venerdì, dimostra ancora di più che l'Italia è diventata centrale». 

Il richiamo dell'ambasciatore per il caso Crans-Montana ha suscitato polemiche. Non rischia di essere letto come una contraddizione con il principio della separazione dei poteri? 
«Il nostro Paese chiede verità e giustizia, un provvedimento di questo tipo lascia sconcertati. Non c'è alcun tentativo di condizionamento: è legittimo e sacrosanto esprimere un giudizio. Parliamo della liberazione su cauzione di una persona che è indagata per omicidio, lesioni e incendio colposo. Se le premesse per le misure cautelari erano l'esistenza del pericolo di fuga e dell'inquinamento delle prove, non credo che 200 mila franchi le facciano venire meno: non possono farle improvvisamente scomparire. Se c'erano prima ci sono anche adesso. Questo non può non essere oggetto di critica. Al di là dell'autonomia degli ordinamenti e del fatto che ogni Paese faccia le proprie valutazioni, l'indignazione la impongono i fatti».

(intervista di Francesco Malfetano, La Stampa)